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By F.W.J. Schelling

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Monet scelse di rappresentare la facciata della cattedrale un’infinità di volte: attualmente, questi quadri (trenta quadri, per la precisione) si trovano sparsi in giro per i principali musei del mondo. Il fatto che Monet abbia dipinto tante volte un medesimo soggetto sta probabilmente a significare che l’artista andava cercando qualcosa; nello specifico viene da pensare che cercasse gli elementi che in quel contesto non potevano variare – proprietà e qualità essenziali delle scene e degli oggetti – nonostante il fatto che l’osservazione umana, e in quei frangenti particolari la sua osservazione, avvenisse in contesti di volta in volta diversi: diverse ore del giorno, differenti esposizioni alla luce solare e, ovviamente, un diverso clima (pieno sole, cielo grigio e così via).

Quando adempie una determinata funzione? Ma che dire, allora, delle meridiane, degli orologi al quarzo e delle clessidre? E le ombre degli alberi, con cui una volta si misurava il tempo, sono forse orologi? In un senso – molto particolare – probabilmente sì, ma in molti altri sensi ovviamente no; e certamente non lo sono né le ombre né gli alberi presi separatamente. Dunque il criterio della funzionalità non pare essere un criterio sufficiente. Per gli oggetti naturali l’essenza sembra risiedere nell’insieme delle proprietà interne (nel caso del cane il suo scheletro e i suoi organi, in quello dell’acqua la sua composizione chimica) mentre per gli artefatti consiste probabilmente in qualcosa d’altro, verosimilmente, nell’intenzione del loro creatore.

Basta prendere un punto qualunque e osservarlo attentamente per accorgersene: se fissiamo un punto ponendo contemporaneamente attenzione ai dettagli del campo visivo si acquisterà la prospettiva del disegnatore. Andrà ancor meglio se utilizzeremo un solo occhio: la scena diventerà – dopo un discreto lasso di tempo – qualcosa di molto simile a un quadro. Il campo visivo ci è decisamente meno famigliare del mondo visivo – se non altro perché non trascorriamo la maggior parte del nostro tempo a fissare un punto concentrandoci sulla periferia dello spazio visivo – e il fatto che questa distinzione nei fatti si dia, ma allo stesso tempo sia estremamente sottile ha contribuito a creare molti equivoci riguardo a ciò che significa vedere.

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